Bovethovia » La Trilogia Fantasy

Capitolo XVI
view post Posted on 2/11/2009, 17:52P_QUOTE
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 21/11/2009, 11:20


Magdat

Hurrichein aveva volato verso sud a velocità moderata, arrivando al Passo di Raha intorno all’ora di pranzo. Per tutto il viaggio, Morwen aveva pensato sempre a Galadir. Studiava e ristudiava l’attimo in cui l’aveva ferito, cercando di capire quale fosse stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. E alla fine l’aveva trovata: la lontananza. Il sapere di poter non rivedere Galadir, l’essere venuta a conoscenza che anche lui è stato promesso a una Dea, la preoccupazione di lasciarlo in balia di Mewar… tutte queste cose messe insieme avevano fatto scattare qualcosa in lei. Si era distratta, si era lasciata distrarre. E lui ne aveva pagato le conseguenze. Erano sempre gli altri a pagare per i suoi errori, mai una volta che toccasse a lei. Quanto avrebbe voluto che Galadir l’avesse lasciata. Sarebbe stato naturale, lei lo avrebbe capito e accettato all’istante di andarsene. Dopotutto aveva cercato di ucciderlo… era comprensibile. Invece no; Galadir non si era curato della ferita, ma di lei. La prima cosa che aveva fatto, era stata rassicurarla. Perché? Perché Galadir agiva sempre in modo diverso dagli altri umani? Ogni sua azione si rifletteva su di lei. Se lui diceva di non uccidere, lei non uccideva. Se lui rideva, anche lei lo imitava. E come ringraziamento, lei l’aveva mangiato. Ma come aveva potuto attentare alla vita dell’uomo che amava?
Questo si chiedeva mentre Cruzir e Hurrichein atterravano all’entrata del Passo.
I due Cavalli Alati, non appena poggiarono gli zoccoli sulla neve, sprofondarono fino al nodello. Entrambi si guardarono, avanzando con cautela verso la fessura nera. La temperatura era di certo sotto lo zero, e Cruzir – non essendo abituato – si sentì irrequieto e iniziò a scalpitare nervosamente, colpito ogni tanto da vistosi tremori. All’improvviso il Cavallo Alato Nero si bloccò e si volse verso Morwen.
La donna aveva lo sguardo perso nel vuoto. Non aveva espressione. Era… ferma.
Il cavallo nero s’impennò improvvisamente, buttando Morwen tra la neve con una sgroppata.
Nel momento esatto in cui avvertì di stare per piombare a terra, Morwen fece una capriola a mezz’aria e atterrò sulla neve leggiadra come una foglia. Sembrava volare, poiché sotto il suo peso, la neve non sprofondava. Si volse appena verso Hurrichein, colpendolo con lo sguardo. Se volevi la mia attenzione, bastava chiedere.
Il Cavallo Alato Nero sbuffò, roteando la testa e avvicinandosi a Morwen, la invitò a risalire. Poi lui e Cruzir s’immersero nell’oscurità del Passo.

La Strada Fiorita si mostrò immediatamente ai loro occhi, così come le cascate rappresentanti le altre Terre di Bovethovia.
I due cavalli si portarono al centro della stanza e attesero, le ali ripiegate sui fianchi.
Morwen si calò il cappuccio dietro la nuca, sbuffando. <<quanto tempo vi occorre per riuscire a formulare le parole di routine?>>.
<<la vostra insolenza è intollerabile, erede. L’Inferno doveva davvero essere disperato per creare un essere del genere>>.
<<lo prendo come un complimento, Guardiani>>, disse Morwen facendo un sorrisetto, <<concedete al Cavallo Alato Bianco di tornare nel suo Regno>>.
<<il nostro permesso alla creatura è stato dato. E voi?>>.
Morwen fece un cenno del capo a Cruzir, indicandogli la cascata d’aria. <<addio Cruzir>>.
Il Cavallo Alato Bianco fece un inchino a lei e Hurrichein, toccandosi il petto col naso. Poi camminò al passo verso la cascata.
<<cruzir>>, lo chiamò Morwen un attimo prima che entrasse, <<mi dispiace per Bagrund>>.
Il cavallo si voltò verso di lei, e tendendo le orecchie in avanti, alzò il labbro superiore. E fu così che Cruzir, varcando la cascata d’aria, scomparve dalla loro vista.
<<erede: qual è la vostra destinazione?>> chiesero i Guardiani, impazienti e alterati.
<<il Deserto Vivo>> rispose Morwen coprendosi il volto sotto il cappuccio.
<<non avete il nostro permesso>>.
Morwen sorrise e Hurrichein entrò nella cascata di sabbia.
<<come sempre>> disse ai Guardiani. E in un attimo furono fuori dalla Strada Fiorita.

Un cielo cupo e silenzioso, li accolse nel Deserto Vivo. Non tirava un alito di vento e un clima caldo, ma non asfissiante, circondava i grossi massi sparsi qua e là. Davanti a loro, una tavola piatta e dorata faceva da contrasto con il denso cumulo di nuvole grigie nel cielo.
Morwen scese da Hurrichein e il mantello che le copriva le spalle, si dissolse nel nulla. La donna si accucciò, poggiando la mano destra sulla sabbia.
<<e così questo è il Deserto Vivo>>, disse Morwen, poi si rivolse al cavallo, <<dopo di te: mostrami la via per Magdat>>.
Hurrichein si guardò attorno e allungando il naso a terra, spinse una pietra quadrata vicino a Morwen.
Lei la guardò, confusa. <<mi hai regalato una pietra?>>. Rise. Non era da lei fare dell’umorismo, ma da quando aveva conosciuto Galadir, aveva imparato a sorridere. Chissà ora cosa sta facendo…
Hurrichein sbuffò, scuotendo la testa. Si avvicinò e le diede una spinta con il muso, guardando poi verso la piana dorata.
Morwen lo imitò, rimanendo ferma a pensare. <<vuoi che lanci il sasso?>>. Non era sicura di aver inteso bene…
Hurrichein annuì, drizzando le orecchie e scalpitando.
Morwen lo fissò per un attimo con aria interrogativa, poi alzandosi, lanciò la pietra.
Nel momento esatto in cui questa toccò la sabbia, un enorme mostro simile a una grossa serpe, saltò fuori dal terreno. Le squame della bestia erano nere lungo la spina dorsale, e marroni sotto la pancia; aveva dei denti lucidi e affilati come pugnali e una lingua viola e puzzolente triforcuta. Nonostante somigliasse a un serpente, ruggiva come un leone, mentre ripiombava sulla sabbia e scompariva.
Morwen aggrottò le sopracciglia alla vista di quella creatura, guardando il Cavallo Alato. <<quante ce ne sono?>>.
Hurrichein cominciò a raspare nella sabbia, accumulando un mucchietto di pietre dalle varie dimensioni. Si girò e calciò in aria tutte le pietre, e alcune arrivarono davvero lontano.
Morwen sgranò gli occhi, quando un intero branco di quei mostri saltò fuori dalla sabbia, come fossero pesci.
<<oh>> disse Morwen. Grandioso. In pratica davanti a noi abbiamo un oceano che cova serpenti che reagiscono al movimento. <<È la difesa di Magdat?>>.
Hurrichein annuì, spiegando le ali per farla salire.
<<immagino che anche sopra ci sarà qualcosa>> concluse Morwen salendo in appoggio sul cavallo.
Lui annuì nuovamente, pronto a spiccare il volo.
<<e cosa?>> chiese lei curiosa, sporgendosi per entrare nel campo visivo del cavallo.
Hurrichein sbuffò, rampando e fece per involare.
<<aspetta>> sussurrò Morwen un attimo prima che Hurrichein si staccasse da terra. La donna afferrò una ciocca di criniera e si lasciò scivolare sul fianco destro del Cavallo Alato, raccogliendo il sasso più vicino. <<voglio vedere che diavoleria è nascosta tra le nubi>>.
Morwen lanciò in cielo la pietra, rimanendo in attesa col naso all’in su. Anche Hurrichein alzò lo sguardo, levandosi di un metro dalla sabbia.
Improvvisamente due immonde braccia, di un verde morto, con protuberanze e bolle ripiene di liquido giallognolo, si fiondarono sulla pietra lanciata in aria. Sulle mani vi erano tagli profondi da cui sgorgava un liquido denso scuro e vomitevole, e le unghie erano sfaldate e seghettate. Esse afferrarono il sasso e lo portarono con loro tra le nubi.
Morwen fece una smorfia di disgusto e guardò Hurrichein, che si era voltato verso di lei.
<<quindi se non possiamo camminare, né volare, come si fa?>> chiese Morwen usando un tono quasi stufato.
Hurrichein fissò un punto dritto davanti a sé, ignorando la domanda di Morwen, e schizzò in avanti.
Volare era possibile… a un metro da terra. Il Cavallo Alato doveva rimanere concentrato e mantenere costante la distanza tra sabbia e nuvole, o sarebbero stati attaccati – ed era l’ultima cosa che volevano in quel momento.

Volavano ormai da una decina di minuti, se non più, quando Hurrichein si arrestò.
Morwen attese la mossa del cavallo, mentre si guardava attorno, gettando i suoi occhi glaciali su ogni singolo granello di sabbia.
Hurrichein annusò l’aria, emanando un nitrito basso e cupo, come per richiamare l’attenzione della donna.
<<cosa?>> chiese Morwen con voce cupa. Era intenta ad analizzare un cumulo di grosse rocce accantonate a qualche metro di distanza da loro. Avvertiva potere in esse, ed ebbe come la sensazione che nascondesse qualcosa. Si sentiva osservata da loro.
E improvvisamente si sentì isolata dal resto del mondo. Intorno a lei tutto era nero e ondeggiante come l’acqua.
<<morwen>> la chiamò una voce maschile.
Lei rimase immobile, non riusciva a parlare. Chi sei?
<<io. Ti. Vedo.>> sibilò la voce. Sembrava stesse ghignando.
Una tremenda fitta alla spalla sinistra, mozzò il respiro a Morwen, che si accasciò a terra. Si mise una mano sulla spalla, voltandosi per vedere cosa le procurasse quel dolore atroce. Sulla pelle vi era una lettera infuocata: R.
Non può essere… Morwen alzò lo sguardo, pietrificata.
Due terrificanti occhi rossi la fissavano dall’alto in basso.
<<raichì>> pronunciò la voce.
Morwen impallidì, tendendo la mano verso gli occhi rossi. <<no!>>.
Tornò presente a sé inspiegabilmente. Il deserto, Hurrichein: tutto era tornato alla normalità. E le rocce erano ancora lì, innocue.
Morwen respirava normalmente. Era come se non fosse accaduto nulla. Immediatamente si guardò la spalla, in cerca del segno: niente. Sospirò, guardando ancora le rocce.
<<hurrichein…>> provò a dire, ma all’improvviso il cavallo poggiò gli zoccoli sulla sabbia e un buco nero si aprì sotto di loro, inghiottendoli.

<<dove siamo?>>.
L’ultima cosa che Morwen ricordava era la sensazione di non essere più in groppa a Hurrichein, e poi una caduta libera nel buio. Ora era in quella che sembrava una caverna. Sotto i suoi piedi sentiva un leggero strato sabbioso.
Hurrichein le si avvicinò, sfiorandole la spalla con il muso.
Morwen gli accarezzò la fronte, spostando lo sguardo su una fessura luminosa nella parete rocciosa.
Hurrichein la precedette, camminando verso la luce, seguito a ruota dalla donna.
Man mano che si avvicinava, Morwen percepiva sempre più il calore solare sulla sua pelle, e ciò la turbò. Guardò il cavallo: sembrava non accorgersi dell’improvvisa vicinanza del sole. Come fa a non capire che quella è la luce emanata dal sole?
Ormai erano a un passo dall’apertura. Sul naso di Hurrichein si posò un raggio di luce.
<<hurrichein!>> urlò Morwen afferrandogli una ciocca di coda per tirarlo indietro.
Il Cavallo Alato Nero si fermò, appiattendo le orecchie sulla nuca. Si volse, sbuffando nervosamente.
Sei uscito di senno? Il sole, e indicò la luce con un dito.
Il cavallo scosse la testa e il suo ciuffo nero ondeggiò sinuosamente, come se avesse vita propria. Fece un passo verso Morwen, guardandola con aria furba, e dandole uno spintone a sorpresa, la scaraventò fuori dalla grotta.

La luce era accecante. Non aveva nulla a che vedere con quella del sole. Tenere gli occhi aperti era una vera impresa. Il caldo era insopportabile… ovviamente per gli abitanti, non per Morwen e Hurrichein.
Loro non avvertivano il minimo cambiamento di temperatura. Camminavano inosservati per le vie di Magdat. Nessuno badava a loro: erano molte le cose strane in quella città.
Magdat sorgeva sotto il Deserto Vivo, in una dimensione parallela. L’entrata della città era introvabile per chi non sapeva il punto esatto dell’ubicazione del varco magico. La città era grande due volte Thera, con numerose case e vicoli intrecciati tra loro. Magdat somigliava molto a Strhia, con la differenza che la capitale del Deserto Vivo era un punto d’incontro: i mercanti delle quattro Terre di Bovethovia - escluse le Correnti del Fato, dove non vi era anima viva se non la Dea Vueno – si riunivano lì per vendere la loro merce alle diverse razze. Svoltato l’angolo, era possibile incontrare abitanti della Terra Oscura, dagli occhi neri e i capelli biondi, o gente del Regno dei Cavalli Alati. Alcune bancarelle erano presiedute da umani, mentre le taverne erano capitanate esclusivamente dai cittadini di Magdat, riconoscibili dal loro abbigliamento e caratteristiche fisiche: andavano in giro a torso nudo, anche le donne – che si coprivano i seni con i lunghi capelli bruni – e avevano gli occhi rossicci e le chiome nere con riflessi argentati.
Morwen osservava curiosa la mercanzia. C’era di tutto. Su un tavolo vide armi pregiate forgiate con le pietre della Terra Oscura, mentre su un altro notò abiti finemente cuciti, dai ricami impreziositi da schegge di cristallo.
<<comprate gli abiti delle Mani!>>, urlava l’uomo vecchio e rugoso, <<direttamente da Strhia! Per voi a un prezzo eccezionale! Gli abiti delle Mani di Strhia!>>.
Ovviamente erano dei falsi: le Mani non commerciavano al di fuori della Terra degli Uomini.
In un negozio piccolo e intimo, Morwen intravide le armature dei Cavalieri dei Cavalli Alati. Erano lucide e ben curate, e riflettevano la luce anche se erano esposte all’interno della bottega. Quelle sì che erano originali! Morwen rallentò il passo per guardare meglio il venditore. L’interno del negozio era buio, debolmente illuminato da una candela posta sul bancone. L’uomo era seduto su uno sgabello e stava pulendo uno scudo con un panno imbevuto di un liquido nero. Non pareva vecchio, Morwen gli dette trent’anni. In bocca aveva un pezzo di legno, rivestito da uno strato di patina chiara, che succiava a intervalli regolari. Sì, ricordo che una volta l’ho assaggiata… mi pare si chiami sinie. Dovrebbe avere un sapore dolce.
L’uomo alzò lo sguardo, sentendosi osservato, e incrociò gli occhi di Morwen.
La donna si fermò, voltandosi completamente verso la porta del negozio.
<<capitano>> sussurrò l’uomo mentre il panno gli cadeva dalle mani.
Parag. Morwen rammentava bene quel volto. Quell’uomo era stato l’armaiolo migliore dell’Accademia ai suoi tempi. Non che avessero legato, certo, o fatto amicizia, eppure a Morwen gli si strinse il cuore quando lo vide alzarsi per venirle incontro.
No. Morwen tese una mano verso l’uomo, per invitarlo a restare lì. Gli fece un cenno del capo, alzando un angolo della bocca in un sorrisetto.
L’uomo si portò il pugno destro sul petto, contraccambiando il saluto. E tornò al suo lavoro.
Morwen tornò al fianco di Hurrichein, mettendogli una mano sulla spalla. Sai, avresti potuto dirmi che quella palla luminosa in alto nel cielo bianco non era il sole. Gli lanciò un’occhiata di sottecchi. Immagino che tu ti sia divertito molto a fare il saputello della situazione. Rise a bassa voce, vedendo Hurrichein fare su e giù con la testa e alzare ripetutamente il labbro superiore. Perciò non esiste il sole… allora quel globo luminoso è… un’illusione? Morwen schivò una carriola piena di pane – trainata da un ragazzino mingherlino dai capelli biondi – che veniva verso di lei, e guardò verso il Cavallo Alato, che annuì con un cenno del capo. D’altronde, aggirò un gruppo di persone che discutevano per il prezzo di una cassa panca di legno, siamo in una dimensione parallela: dovrebbe essere tutto un’illusione, no? Morwen guardò avanti a sé. Forse non era immaginazione. Le persone toccavano le case, le pietre, la sabbia… sembrava reale ai loro occhi. Eppure guardando in alto, non si rimaneva accecati dalla luce. Illuminazione a giorno in ogni angolo di Magdat, ma nessun senso di calore. Non bruciava, affatto. Quindi l’unica spiegazione possibile era che il cielo e il sole fossero un’illusione. Ecco perché Morwen riusciva a stare all’aperto, ecco perché non sentiva il bisogno del buio. Lei era già nascosta: Magdat si trovava sotto terra. Se non fosse per quell’illusione, la città sarebbe perennemente all’ombra, anzi, al buio. Hanno trovato un bel modo per risolvere la situazione, pero!
Per Hurrichein era facile camminare: nessuno gli intralciava la strada. Probabilmente, visto la sua imponenza, avevano paura di lui. In effetti era più lui a catturare l’attenzione, che Morwen. i ragazzini quando lo vedevano, rimanevano di sasso. Nei loro occhi si potevano vedere piccoli cristalli scintillanti di ammirazione e sbigottimento.
E Morwen si chiese se erano quelli gli sguardi che avevano gli uomini quando la guardavano. Be’, di sicuro nessuno la fissava in quella città. Era come se avessero visto di meglio. Questo quasi la irritava.
Camminando a passo d’uomo, arrivarono nell’area della città riservata alle taverne e agli ostelli. Ogni taverna aveva la propria insegna, ma con poca fantasia per i nomi. C’era “Da Olo”, oppure “Da Eret”, e meglio ancora “Da Ettar”. Comunque erano tutte piene e affollate.
Morwen camminava guardandosi attorno, seguendo Hurrichein a ruota. Non aveva idea di dove la stesse portando; forse lui sapeva già dove si trovava il cristallo. Eppure lei non percepiva niente: nessun potere nel raggio di cento metri – escluso il suo e quello di Hurrichein, ovviamente. Ma allora perché il cavallo camminava spedito per la città, senza soffermarsi per decidere la via da prendere? Perché svoltava a destra invece che a sinistra? Morwen provò a concentrarsi meglio. Si isolò, separando la mente dalla realtà. Quello che prima era un chiasso infernale, dominato da urla molteplici e chiacchiericcio generale, ora era silenzio: le bocche si muovevano senza emettere suono, le ruote dei carri che venivano spinti sulla sabbia non facevano rumore.
<<morwen>> la chiamò una voce lontana.
La donna rallentò il passo, guardando con la coda dell’occhio intorno a lei.
<<morwen>> la chiamò ancora.
Morwen si fermò, inclinando il capo verso destra. Alzò lo sguardo. L’insegna sulla locanda diceva “Da Plat”.
<<morwen>>. La voce proveniva da lì. Il suo eco si propagava intorno a lei. Sembrava avesse una consistenza tale da spingerla a entrare, letteralmente.
Morwen aggrottò la fronte.
<<morwen!>> urlò la voce.
In un attimo tornò presente alla realtà.
L’intensità del frastuono che le colpì i timpani era paragonabile alla caduta di un macigno su un piede.
Hurrichein avvertì il cambiamento di umore di Morwen, e fermandosi un po’ più avanti, si volse verso di lei.
Aspettami qui, si voltò appena, piantando il suo sguardo inquietante sul cavallo, torno subito.
Hurrichein piegò leggermente le orecchie all’indietro, osservando la donna mentre entrava nella locanda. Poi tornò a guardare dinanzi a sé. Fece per riprendere a camminare, quando una donna gli si parò davanti. Era vecchia, alta, un po’ scheletrica. Indossava una veste sgualcita e strappata in alcuni punti, di un grigio cupo. I suoi capelli erano arruffati, pieni di nodi e doppie punte, le arrivavano poco più giù della vita ed erano grigi con qualche ciocca bianca.
Hurrichein appiattì le orecchie sulla nuca, inarcando il collo.
La donna aveva un’espressione impassibile.
Il Cavallo Alato Nero piegò l’anteriore destro, toccandosi il ventre con lo zoccolo. Le grosse ali erano percosse da spasmi, come se una corrente elettrica le attraversasse.
Hurrichein batté le palpebre, e in un millesimo di secondo, la donna scomparve nel nulla.

Le perline di legno della tenda, appesa sull’ingresso dell’osteria, oscillarono emettendo un suono simile a quello di un campanellino.
Dentro, vi erano cinque tavoli, tutti occupati da uomini che bevevano o giocavano a carte. Nella stanza c’era odore di phemi e altre bevande che non conosceva.
<<ah, benvenuta straniera!>> l’accolse il proprietario del locale da dietro il bancone.
Morwen squadrò ogni angolo, ogni trave del pavimento e del soffitto. Poi passò a esaminare le persone sedute ai tavoli.
Alla sua sinistra erano tutti uomini di una certa età, con l’alito che puzzava e i vestiti malconci. Bevevano e parlavano a vanvera, senza curarsi di quello che gli accadeva attorno.
Morwen spostò il suo sguardo sulla destra. Due tavoli erano occupati da gente che giocava a carte. Erano più giovani dei loro compari ubriachi, anche se non miglioravano dal lato fisico. Ad eccezione di un ragazzo. Era biondo, dalla chioma lunga fino alle spalle, e aveva un’espressione molto concentrata. Al contrario degli altri, lui sembrava più curato, sia dal punto di vista estetico che da quello degli abiti. Infatti il ragazzo biondo era avvolto in un lungo mantello nero, che si ripiegava sul pavimento di quasi quattro mani.
Morwen avanzò con il suo passo felpato e le sue movenze feline, verso il bancone e si sedette su uno sgabello.
Il proprietario della locanda era un uomo di media corporatura, con le braccia pelose e un paio di baffi sotto il naso. Se non fosse stato per le rughe, profonde come canyon, sulla fronte, Morwen gli avrebbe dato meno anni. Sopra la casacca marrone, portava un grembiule bianco che gli arrivava fino alle ginocchia. Per le mani aveva un bicchiere di legno, che asciugava con un panno chiaro.
<<lasciami indovinare>>, le disse l’uomo scuotendo i suoi baffi, <<terra Oscura>>.
Morwen lo fissò in silenzio, corrugando le sopracciglia. <<cosa ve lo fa credere?>>.
L’uomo fece un sorrisetto, posando il bicchiere e prendendo un piatto di rame. <<capisco sempre chi è nuovo. I turisti non entrano in un locale, se non ci sono mai stati: si limitano a vagabondare per le vie e se la città è di loro gradimento ci restano, ovviamente trovando lavoro. Mentre chi ha deciso di stabilirsi a Magdat aprendo un proprio negozio, non se ne va in giro>>.
<<ma io non rientro in nessuna di queste due categorie…>>.
<<ecco perché vieni dalla Terra Oscura. La gente di lì è sempre così… arrabbiata. Gli abitanti della Terra Oscura vengono qua per vedere>>.
Morwen alzò un sopracciglio. <<vedere cosa?>>.
<<com’è la luce>>, sorrise tristemente, poi guardò intensamente la donna, <<e per luce, non intendo solo quella palla in alto>>.
Morwen sorrise, ammagliando l’uomo. <<se la Terra Oscura fosse luminosa e ricca di persone gioiose, non si chiamerebbe così>>.
<<questo è vero, ma verrà il giorno in cui un cuore puro siederà sul trono di Vivar e allora tutto sarà diverso>>.
Morwen fece un sorriso smorzato. <<È solo frutto della vostra immaginazione, umano>>.
L’uomo le lanciò un’occhiata, ricevendo in cambio uno sguardo spaventoso. Sorrise, poggiando il piatto su bancone e gettando il panno sul ripiano sotto di esso.
<<allora, lascia che ti mostri le specialità di Magdat. Innanzi tutto chiamami Plat>>, disse l’uomo indicandosi con un dito, <<ora scegli quello che più ti ispira>>, indicò lo scaffale alle sue spalle pieno di bottiglie contenenti liquidi di vari colori, <<abbiamo Gomg’el, dal sapore fruttato…>>.
<<non voglio nulla>> lo interruppe Morwen con tono duro.
<<forse da mangiare? Abbiamo pane, carne…>>.
<<no>>. Morwen poggiò i gomiti sul bancone, intrecciando le mani.
Plat fece una smorfia, borbottando qualcosa sotto i baffi, e alzando le spalle, riprese ad asciugare le stoviglie.
<<credo che voi stiate cercando questa>> disse all’improvviso una donna.
Morwen si voltò di scatto, inquietata da fatto di non aver percepito la sua presenza. Immediatamente l’occhio le cadde sul vassoio che aveva tra le mani, sul quale regnava una mela color rosso sangue, lucida e sospettosa.
<<io non credo>> rispose Morwen colpendo la donna con lo sguardo.
Era vecchia e sicuramente non in migliori condizioni degli ubriachi che urlavano a Plat di portargli altro da bere. La sua veste era uno straccio e i suoi capelli ribelli e grigi. Aveva un viso rotondo, con due labbra carnose e secche e degli occhi di un celeste spento. I suoi lineamenti però, lasciavano immaginare la sua bellezza negli anni passati. Si era sicuramente lasciata morire, il tempo non aveva altra colpa se non quella di passare.
<<oh, io credo di sì, invece>>. La donna aveva una voce calda e suadente, insolita per la sua età.
Un interminabile minuto fu caratterizzato dallo sguardo intenso di Morwen verso quella donna. Come aveva fatto a non sentire i suoi passi mentre si avvicinava a lei? Com’era possibile che Morwen non avesse percepito l’aggiunta di un corpo nella stanza?
La donna porse a Morwen il vassoio, aspettando che lei prendesse la mela.
Qualcosa dentro di lei, le diceva di prenderla assolutamente. Sì, Morwen osservava guardinga il frutto, ma non lo riteneva pericoloso. E ciò valeva anche per la donna che le stava davanti. Zero pericolo uguale cento per cento di sicurezza.
Morwen allungò la mano e prese la mela, rimirandola a un soffio dal naso. Pareva una mela normale, sembrava non nascondere nessun trucco. Si volse per chiedere spiegazioni, ma così com’era apparsa, la donna era svanita. E questo a Morwen non piacque affatto. Se prima non percepiva nulla di strano, ora era altamente sospettosa.
<<lascia perdere, non badare a lei>> le consigliò Plat osservandola mentre esaminava la mela.
Morwen non riusciva a capire. Quella donna riteneva che io stessi cercando una mela? A che scopo? Cos’ha una mela di speciale? Una mela… fa bene. Una mela… custodisce al suo interno semi. O un segreto, potrebbe contenere un segreto. Morwen girò il frutto da un lato, rivelando sulla buccia, la forma di un morso. Sto cercando una mela morsa da qualcuno? Una mela addentata da qualcuno. Una mela che cela al suo interno il sapore di una bocca. Una bocca che io sto cercando? Morwen non sapeva che pensare: giustamente cosa dire di una vecchia che le porge una mela mangiata?
<<dammi retta, piccola ragazza della Terra Oscura: lascia stare>> continuò a ripeterle Plat.
Morwen avvicinò le labbra al punto esatto in cui la mela era stata morsa.

<<verrò a prenderti, te lo prometto>> disse Morwen sfiorandogli il viso con le mani.
<<no, no, aspetta!>> le urlò Andrèr staccandosi brutalmente da Morwen.
Le lacrime le inondarono le guance. <<non posso permettere che ti faccia del male!>>.
<<non puoi decidere tu per me!>> urlò Andrèr dandole uno spintone.
<<sì invece!>> rispose Morwen ricambiando la spinta con uno schiaffo.
Andrèr si passò una mano sulla guancia ustionata. <<non puoi farcela da sola>>.
Morwen chiuse gli occhi. <<ma posso provarci>>.
<<non puoi obbligarmi a vederti morire>> disse Andrèr abbassando lo sguardo.
<<infatti: non lo farò>> sussurrò Morwen.
Improvvisamente entrambi sentirono dei passi rimbombare nella montagna.
Andrèr afferrò la mano di Morwen. <<dobbiamo andarcene>>.
Morwen piantò i piedi, abbassando la testa.
<<muoviti!>> ringhiò Andrèr strattonandola.
<<mi dispiace Andrèr, ma mai lascerò che ti uccidano>> disse Morwen stringendo la presa sulla mano.
Andrèr la guardò rabbioso e tentò di liberarsi.
<<verrò, ovunque sarai>> disse Morwen tra i singhiozzi.
<<no, ferma! Se usi la magia per salvare me non avrai abbastanza forze per salvare te stessa!>>.
<<lo so>>.
<<no, Morwen, NO!>>.
<<ukes fiem döm et>> pronunciò Morwen.

La mela cadde violentemente sul pavimento. Morwen si tirò indietro e nella foga, lo sgabello si rovesciò su un lato. Con il pugno destro serrato tra i seni, la donna fissava con la morte negli occhi il morso sul frutto. Pareva ringhiasse, mentre il sangue bolliva nelle arterie mischiandosi alla visione appena avuta. Il passato, così tanto a lungo lasciato in un angolo, debole e incatenato, era riaffiorato con il ricordo più doloroso. Un morso del destino, quello sulla mela.
Plat la fissò con preoccupazione quasi paterna, attraversando il retro del bancone per potersi avvicinare a lei.
<<ti senti bene?>> le chiese raccogliendo il frutto che ancora rotolava.
Morwen non lo ascoltava. Nei suoi occhi vi era furia, rabbia. Dritto davanti a sé, fissava un punto, immaginando forse qualcun altro. Aprì la mano destra, passando le dita dell’altra mano su una cicatrice invisibile all’occhio di coloro che non hanno la magia dentro. Un morso. Chi è che morde? Le persone, loro sì che mordono. E quella mela era stata assaggiata da qualcuno. Una persona. Un ragazzo che si chiamava Andrèr. E quella donna le aveva donato quella mela.
<<vi occorrerà questo per togliere la parte ammaccata>> disse il ragazzo biondo alzandosi dalla sedia.
Plat non ebbe il tempo di rendersi conto di quello che il ragazzo aveva detto, che avvertì un sibilo sfrecciare verso di lui. Alzò giusto gli occhi per vedere la punta di un coltello a un soffio dalla sua fronte.
<<grazie…>> disse il proprietario senza voce, profondamente sconvolto.
Morwen gli porse il coltello, trapassandolo con lo sguardo. Poi si volse di scatto in direzione del ragazzo che aveva attentato alla vita dell’uomo: sparito sì, ma dalla porta come un comune mortale, visto che le perline della tenda oscillavano a destra e a manca. Era solo un semplice furfante che aveva voluto svignarsela senza pagare, ma uccidere… l’angolazione del coltello era perfetta. Il tempo calcolato. Se io non fossi intervenuta, gli avrebbe centrato in pieno la fronte. Non sono molte le persone in grado di compiere simili gesti…
Plat tornò dietro al bancone trascinandosi. Era evidente che le gambe gli tremassero.
Morwen inspirò, guardando gli uomini seduti ai tavoli. Nulla, persino quell’ultimo fatto li aveva smossi. Se ne rallegrò.
<<chi è quella donna?>> chiese al proprietario, inclinando il capo verso di lui.
<<chi?>>. Plat prese a versare phemi in un bicchiere di legno.
<<la donna che era qui prima: mi ha dato la mela, rammentate?>>. Morwen lo colpì con lo sguardo.
<<ah sì>>, Plat si schiarì la voce, <<è una vecchia che vive in una casetta devastata nella periferia nord di Magdat>>, si sporse verso Morwen, abbassando la voce, <<io credo sia una strega che sa leggere nel futuro>>.
Morwen alzò un angolo della bocca. <<ma davvero? E cosa velo suggerisce?>>.
<<tempo fa mi disse che una ragazza dagli occhi rosa sarebbe entrata nel mio locale>>, fece un sorriso viscido, ammiccandole, <<sulle prime non le ho dato peso: credevo fosse una stupida puzzolente vecchia. Ma ora eccoti qui. In carne e ossa. Una ragazza dagli occhi rosa>>.
Morwen rimase in silenzio a pensare, poi sfoderò un sorriso sghembo che fece tribolare l’uomo.
<<quindi se volessi chiederle di leggermi il futuro, la potrei trovare dove mi avete detto…>>.
Plat cominciò a sudare freddo, temendo lo sguardo della donna. <<sì, sì. È proprio difficile sbagliare: la casa più malandata che troverete è la sua>>.
Morwen lo fissò negli occhi a lungo, cercando di carpirne i pensieri. Si sentiva inspiegabilmente diffidente nei confronti di quell’uomo. Se quando era entrata Plat non aveva smesso un attimo di lanciarle buffe occhiate, ora evitava completamente il suo sguardo. Morwen lo osservò mentre finiva di bere il phemi che aveva nel bicchiere e se ne versava ancora. Pareva agitato. Si comportava come chi sapeva dell’altro, ma non voleva rivelarlo.
Morwen alzò un angolo della bocca e si chinò, rialzando lo sgabello e sedendosi. Sospirò poggiando i gomiti sul bancone.
<<non mi state mentendo, vero?>> chiese Morwen con tono malizioso.
Plat rimase col bicchiere fermo a mezz’aria. Il suo petto cominciò ad alzarsi e abbassarsi a un ritmo esagerato. <<no… perché dovrei?>>.
<<perché il battito del tuo cuore è accelerato improvvisamente e il tuo respiro è diventato affanno. Per non parlare della patina di sudore che hai sulla fronte>>.
Plat deglutì rumorosamente, sorseggiando poi il suo phemi. Si schiarì la voce, lanciandole un’occhiata dura.
<<senti ragazzina non ho certo tempo da perdere con te e le tue domande. Ti ho detto quello che so, ora vattene: non cerco guai>> le disse l’uomo.
Morwen corrugò la fronte, sfoderando il suo sguardo omicida. <<allora non dovevi farmi entrare>>.
All’improvviso dall’entrata della locanda entrò una bambina. Era molto graziosa, con dei capelli castani ricci e vaporosi. Due occhi ramati le addolcivano il viso ovale e roseo, accompagnando un delizioso vestitino verde chiaro.
<<papà, papà, dov’è la mamma?>> strillò la bambina con la sua voce acuta, mostrando i denti ancora in fase di caduta dovuta alla sua giovane età.
Plat rimase pietrificato.
Morwen si volse appena verso la bimba. Sorrise, inclinando il capo verso Plat. Poi si alzò dallo sgabello, afferrando l’uomo per la collottola.
<<fateli uscire>> sussurrò a un soffio dal suo orecchio sporco e pieno di peluria.
Plat tremò di paura. Prese un bel respiro e si rivolse agli uomini che erano nel locale: <<signori oggi chiudiamo prima, vi prego di uscire e lasciare i soldi sul tavolo>>.
Un borbottio di insulti e lamentele si diffuse nella stanza, mentre chi era seduto ai tavoli usciva dalla locanda, lanciando sguardi a Morwen.
Quando anche l’ultimo ubriaco uscì, Morwen si avvicinò alla bambina, accucciandosi alla sua altezza.
<<come ti chiami?>> le chiese ammagliandola con i suoi occhi brillanti.
<<nara, e tu bella signorina?>> le rispose la bimba mostrando un simpatico sorriso sdentato.
Morwen aggrottò invisibilmente le sopracciglia. Si vede che è figlia di un locandiere: è già subdola come il padre. Mi meraviglio della madre. Forse anche lei è così. Ed è una femmina per giunta! Mi domando come mi avrebbe risposto se fosse stata un maschio.
<<il mio nome è Morwen>>, sorrise lanciando una rapida occhiata a Plat, <<nara ti andrebbe di aiutarmi a fare una cosa?>>.
La bambina si illuminò di gioia, annuendo vigorosamente con la testa.
Morwen fece per prenderla per mano, ma poi si ricordò che non tutti erano come Galadir: la sua pelle ustionava chiunque la toccasse. Così le fece cenno di seguirla.
<<mettiti qui, con la schiena poggiata al muro>>.
Nara fece come le aveva detto, guardandola con aria interrogativa e curiosa.
<<bene, ora allarga le braccia>>.
Nara obbedì, sorridendo allegramente.
<<adesso chiudi gli occhi e aprili quando te lo dico io>>.
Nara annuì, serrando gli occhi.
Morwen la fissò senza motivo, o forse no… <<mi raccomando: non ti muovere>>.
Plat osservò la donna mentre tornava a sedersi di fronte a lui. Morwen lo trapassò con lo sguardo senza preavviso, facendolo sobbalzare.
<<provo a chiedervelo di nuovo, nella speranza che non siate così stupido da mentirmi ancora: dove posso trovare la donna che era qui?>> domandò Morwen indurendo la voce.
Plat si morse le labbra, tentando di tener testa alla donna dagli occhi rosa. <<te l’ho già detto, ragazza: vive nella periferia nord della città>>.
Morwen sbuffò, chiudendo gli occhi. <<nara, hai un padre molto ingenuo>>.
<<perché?>> chiese la bambina con voce squillante.
<<perché non vuole dirmi dov’è la donna che era qui prima che entrassi tu>>.
<<dimmi com’è fatta, magari la conosco e ti posso dire io dove sta!>>.
<<nara no! Sta zitta!>> intervenne Plat con voce tremante.
Morwen aprì gli occhi, arricciando le labbra per la noia. <<io. Non. Ho. Tempo. Da. Perdere.>>.
<<allora vai via>>.
<<ma perché? Cosa vi costa dirmi dove posso trovare quella vecchia? Non mi sembra di chiedervi molto…>>.
Plat deglutì, abbassando lo sguardo e lanciando un’occhiata alla figlia.
Morwen rimase in silenzio a guardare prima l’uomo, poi la bimba. E capì.
<<ah, certo. Come ho fatto a non capirlo prima>>, sorrise, <<la vecchietta è la dolce mamma di Nara, nonché vostra sposa>>.
Plat non disse nulla.
Morwen fece un sorrisetto. <<d’accordo>>. Si alzò e impugnò un coltello da uno dei tavoli, puntandolo alla gola dell’uomo. <<ditemi dov’è>>.
Plat non riusciva a controllare il suo corpo mentre tremava dal terrore. <<mai…>>.
Morwen alzò un sopracciglio. <<l’avete voluto voi. Nara puoi aprire gli occhi>>.
Fu un attimo.
La lama del coltello si conficcò nel muro, trapassando l’avambraccio esile di Nara.
L’urlo lacerante della bimba era assordante, tanto che alcuni passanti si affacciarono dentro la locanda, per poi uscirne immediatamente – fulminati da Morwen.
<<nara!>> urlò il padre disperato, correndo verso la figlia.
Morwen lo afferrò per i capelli prima che potesse raggiungerla, sbattendogli il volto sul bancone.
<<dov’è vostra moglie?>> gli ringhiò in un orecchio.
<<prenditela con me, non con mia figlia>>, disse Plat piangendo, <<non con mia figlia>>.
<<È sufficiente che voi mi diciate dove si trova la madre>>.
<<potrebbe essere ovunque: la città è grande>>, rispose l’uomo tra i singhiozzi, <<ti prego…>>.
<<sbagliato>>.
Prima che Plat potesse accorgersene, Morwen estrasse il coltello dal braccino di Nara, per poi inchiodarle la manina sulla testa.
<<no, no, no!>> urlò il proprietario della locanda, sovrastando le urla acute della figlia con il suo vocione.
L’odore del sangue vivo penetrò nelle narici di Morwen come una potente droga, e per evitare di divorare la bambina, la donna prese a respirare con la bocca, costringendosi a non gettare l’occhio sulle ferite aperte.
<<siete davvero uno stupido. Io faccio sul serio. E andrò avanti finché voi non mi direte ciò che voglio sapere>>, sfilò il coltello dalla mano di Nara e la afferrò per i capelli, ignorando le sue urla, <<allora?>>, chiese avvicinando la lama ai capelli.
Plat fissava con gli occhi gonfi di lacrime la figlia, spaventata e anche lei in preda al pianto.
Morwen sbuffò, strattonando i ricci della bambina. <<preferite vostra moglie a vostra figlia?>>.
Plat guardò a terra, sottomesso. <<È al mercato, sicuramente>>.
<<qui è tutto un mercato, cercate di essere più preciso o la chioma della vostra bambina finirà in una pozza di sangue>>.
Plat serrò gli occhi, scioccato e terribilmente in preda al panico. <<vai a sinistra, poi prendi la prima via a destra. Lì troverai un mio amico, si chiama Doch e ha una bancarella piena di armi e roba varia: lui saprà dirti se mia moglie è andata al mercato della via di destra o di sinistra>>.
<<perché dov’è la differenza?>>.
<<dipende se è andata a comprare del cibo o delle stoffe per nuovi abiti>>.
Morwen rimase ferma a riflettere. Inclinò il capo verso destra. <<meglio per voi che sia la verità, o tornerò a uccidervi>>.
Plat alzò lo sguardo su di lei. <<uccidimi pure, ma lascia stare Nara>>.
Morwen fece un sorrisetto. <<credo voi abbiate capito male. Ora andrò da vostra moglie e se quello che mi dirà non piacerà la ucciderò, ma non prima di aver fatto fuori questa bella bimba>>.
<<non erano questi i patti!>>.
<<non abbiamo mai fatto un patto. Vi avevo solo fatto intendere che se mi avreste detto la verità, non avrei più fatto del male a Nara. Ma ho improvvisamente cambiato idea>>.
Plat digrignò i denti. <<maledetta>>.
Morwen sorrise. <<consideratelo come un avvertimento>>.
La lama del coltello scese vertiginosamente sulla gola tenera della bambina riccia. A Morwen non importava nulla di lei, non si curava della sua giovane età: l’avrebbe trattata allo stesso modo anche se avesse avuto la sua stessa età.
E proprio mentre il coltello si poggiava sulla pelle rosea di Nara, una voce familiare si insinuò nella mente di Morwen. Di colpo ebbe davanti agli occhi il viso dolce di Galadir. La sua espressione però, era di puro dolore, sembrava stesse soffrendo.
Morwen non farlo, le disse Galadir, ti prego, Morwen, fermati!
Erano le stesse identiche parole che aveva usato quel giorno, quando la vita dello Stregone dipendeva da lei. In quella circostanza, Morwen gli aveva obbedito, ma adesso lui non era lì con lei. C’era solo il ricordo di lui che la implorava di non uccidere. Perché Galadir era buono, perché lui non avrebbe voluto amare un’assassina. E senza di lui, Morwen non poteva vivere.
Nara fu sbalzata nelle braccia di Plat, che la strinse forte a sé, guardando la donna con uno sguardo impregnato d’odio.
Morwen osservò disgustata le smancerie che l’uomo scambiava con la figlia, grondante di sangue fresco e acceso. Abbassò gli occhi sul pavimento e fece un passo verso il bancone, posando il coltello sporco.
<<lui non vorrebbe>>, sussurrò a se stessa, e andando verso la porta, <<sinistra, destra e chiedo a un tipo di nome Doch>> disse aspettando la conferma dell’uomo.
<<esatto. Ora vattene e non farti più rivedere>>. Plat abbracciò forte Nara.
Morwen alzò un angolo della bocca, e uscì dalla locanda.

Non trovare Hurrichein fuori ad aspettarla, non la preoccupò più di tanto. Se la aveva lasciata sola, voleva dire che non c’era alcun pericolo per lei in quella città. Morwen avanzava tranquilla, seguendo le misere indicazioni di Plat. Quando trovò la bancarella ricca di armi leggere – qualche pugnale da quattro soldi e alcune spade arrugginite – Morwen si avvicinò a un tizio piuttosto in là con l’età e dall’aspetto trasandato.
<<siete voi Doch?>> chiese la donna squadrandolo dall’alto verso il basso.
L’uomo alzò un sopracciglio bruno e folto. <<sono io, dolcezza>>.
<<dovete darmi un’informazione>> ordinò Morwen corrugando la fronte davanti alla viscidità dell’uomo.
Doch si alzò dalla sedia di paglia, tirandosi su i pantaloni larghi e sfoderando un ripugnante sorriso.
<<tutto a un prezzo, bocconcino>>, rispose Doch passandosi la lingua sulle labbra, <<se vuoi un’informazione dovrai darmi in cambio qualcosa…>>, spogliò Morwen con gli occhi, <<e ce l’ho giusto in mente>>.
Con la coda dell’occhio Morwen si guardò attorno. La via era alquanto trafficata, come del resto tutte quelle che aveva percorso. Attirare l’attenzione non era proprio quello che ci voleva. Meno dava nell’occhio e meglio era.
Sorrise, Morwen, inclinando il capo. <<È meglio che lasciate perdere e mi rispondiate subito>>.
Doch, a petto nudo, si sporse verso la donna, e Morwen sentì il puzzo del sudore propagarsi dai suoi piedi sporchi fin sulle punte dei capelli neri dai riflessi argentei.
<<altrimenti, bocconcino? Che mi fai?>> chiese Doch provocatorio.
Morwen alzò un angolo della bocca, e senza che l’uomo potesse rendersene conto, gli afferrò la mano piegandogli l’indice sul dorso.
Doch non ebbe nemmeno il tempo di lanciare un urlo di atroce dolore, che Morwen gli serrò la bocca con l’altra mano.
<<ecco cosa vi faccio se non rispondete immediatamente a quello che sto per chiedervi, disgustoso abitante di Magdat>> gli ringhiò Morwen guardandolo dritto negli occhi.
Doch sbiancò dinanzi a tanta ferocia che dai diamanti rosa della donna si rifletteva nel suo sguardo.
Morwen allentò la morsa sulla mano dell’uomo, lasciandogli la bocca libera. <<da che parte è andata la donna del locandiere?>>.
<<il locandiere?>> chiese Doch intimorito.
<<plat>> rispose secca Morwen.
<<ah certo, Plat… sua moglie. Sì è passata di qui>>.
Morwen sbuffò. <<e quale via ha preso?>>.
<<quella di destra>>.
<<bene>> disse Morwen sgusciando via come una serpe.

Un arcobaleno di colori. Bagliori dorati, luci rosse e verdi. Suoni dolci e incantanti di conchiglie e pietre trasparenti agganciate a scialli sottili e leggiadri. Una dopo l’altra, le bancarelle traboccavano di vesti e stoffe di pregiata bellezza, la quale accresceva grazie alle voci melodiose delle venditrici. Donne belle, dai lunghi capelli poggiati sui seni, decantavano le lodi dei loro abiti, persuadendo le straniere a comprare. E quelle, ingenue, si lasciavano abbindolare dalle donne di Magdat, la cui arte migliore era quella della seduzione.
Morwen avanzò sotto gli occhi delle venditrici, che al suo passaggio restavano zitte, ammagliate da una beltà superiore alla loro. Tanto avevano visto i loro occhi, ma mai una donna di quella bellezza. E cominciando a spargere la voce, di bancarella in bancarella, di venditrice in venditrice, il mercato di vestiario tacque.
Tutti gli sguardi erano per lei. Anche le donne provenienti dalla Terra Oscura – la Terra dei Protetti per eccellenza – interruppero le loro compere per osservare il motivo di tanto interesse.
Morwen si arrestò, inspirando profondamente.
Ne aveva abbastanza, davvero. Si sentiva vuota, piena d’interrogativi, piena di pensieri. E Galadir non era lì con lei. Non era lì a dirle di respirare, di concentrarsi, di liberare la mente. Era lontano, in un’altra dimensione, in un’altra Terra. Chissà se era riuscito a bloccare il sangue che sgorgava dalla sua guancia… chissà ora cosa stava facendo… gli mancava? Oppure era stato sollevato nel non trovarla nella sua camera? No, non era decisamente quello il momento per pensare a lui.
Svuota la mente…
Morwen chiuse gli occhi.
Svuota la mente.

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