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Capitolo XV, La decisione
view post Posted on 26/9/2009, 14:09P_QUOTE
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La decisione



Mia adorata Signora. Mio marito è appena uscito dalla stanza. Ho sentito il suo odore vecchio e nauseabondo, prima che entrasse. Non appena l’ho visto in volto, ho dovuto trattenermi per non scoppiargli a ridere in faccia. Oh mia Dea, dovevate vederlo! Ashiwar e la sua convinzione di esercitare influenza su tutto e tutti: una cosa davvero buffa! Mi è venuto contro gridandomi che ero una strega, accusandomi di averlo ingannato e derubato dei suoi figli. Sciocco Re. Solo adesso ha capito che tipo di persona sono. Mi ha detto di aver sentito ogni parola di Galadir. Anche lui mi ha schiaffeggiata, ma nulla poteva competere con il colpo infertomi da mio figlio. Mio figlio, Galadir: mi ha picchiata, mia Signora, con una furia che mai avevo visto in lui. Oh se l’aveste visto! Parlava di cose che non capiva, reagiva come se fosse incosciente di quel che faceva! A un certo punto, mi sono ribellata a mio marito. L’ho allontanato da me con una parola magica: erinu, vento. Avreste dovuto vedere che faccia che ha fatto! Era impaurito dalla testa ai piedi! Quel coniglio… si è alzato a fatica – che vecchio – e mi ha detto di sparire, di andare via. Ha detto che non mi vuole più a palazzo e mi ha fatto capire chiaramente che avrebbe trovato al più presto una nuova regina. Pazzo! Mi sono avvicinata a lui, facendo roteare velocemente la pietra d’oro bianco che porto al collo per voi, mia Dea. Ho cominciato a recitare una litania: mutam ylju et, incanto del corpo e della mente. Mio marito ha iniziato a vacillare. Mi sono sfilata la veste e gli ho preso le mani, poggiandole sui miei seni. Ho goduto di piacere, per voi mia Dea, e spero che ciò che ho provato sia arrivato fino a voi. Sapete che ogni qual volta io giaccio con un uomo, è solo per trasmettervi il desiderio che provo nei vostri confronti, mia Dea. Non amo altri, se non voi. So che mai voi vi congiungerete con me, ma il solo fatto di sapere che le mie emozioni si propagano in voi, mi procura piacere. Vi amo, mia Signora. E spero che non darete mai a Kamria ciò che io non ho potuto avere: le vostre dolci labbra sulle mie. Buona notte, mia Dea, e non rattristatevi: nessuno mai sarà più potente di voi. L’erede sarà fatta a pezzi>>.
Mewar baciò la pietra che portava al collo e si alzò da terra, guardando la sua immagine riflessa nel grande specchio sul comò. La camicia da notte lasciava intravedere i suoi capezzoli scuri e lei se la strinse attorno al petto, facendo delle pieghe sotto le ascelle. Nessuna mai sarebbe stata più bella di lei, per Vueno. I suoi fianchi rotondi, le sue gambe esili… no, nessuna sarebbe mai stata alla sua altezza. Kamria era ancora una bambina, doveva ancora crescere. Questo era il problema: la sua bellezza era già pericolosa, figuriamoci quando sarebbe diventata una donna. Bella come una stella. E questo Mewar non poteva permetterlo. Oggi mia figlia è diventata una Protetta a tutti gli effetti. A quanto ne so, la magia potrebbe già averla modificata in bellezza e forza. Devo impedirlo. Lei non deve superarmi, assolutamente. Le avrebbe fatto una fattura per deformarla, magari rendendola grassa e goffa. E quando Vueno sarebbe venuta a reclamarla, le avrebbe mostrato l’abominio che Kamria era divenuta. Sì, così avrebbe fatto. Ma c’era un problema: Galadir. Mewar avrebbe sistemato Donel affidandogli magari la costruzione di una nuova città, di cui lui poi sarebbe stato Sovrintendente; lontano da Thera per un bel po’. Ashiwar sarebbe rimasto al suo fianco, schiavo dei suoi incantesimi. Ma Galadir? Quando sarebbe arrivato il momento di mutare Kamria, Galadir sarebbe già diventato un Protetto? Dopotutto Vueno non le aveva detto molto: solo che avrebbe scelto di sua spontanea volontà… d’accordo, ci penserò quando sarà il momento. Mewar prese in mano una delle quattro candele bianche che erano sul comò di legno, e soffiò sulla fiamma. La poggiò e lo stesso fece con le altre tre. Ripose nel cassetto una spazzola dalle setole morbide e si sdraiò sul letto, avvolgendosi nelle lenzuola bianche.

Morwen sgattaiolò fuori dal Palazzo Reale come una ladra. Fuori il cielo era stellato e la luna le illuminava la strada per la radura. Si calò il cappuccio sul volto e camminò svelta verso lo spiazzo. Non appena vide Hurrichein al centro del prato con il naso e le orecchie tesi verso di lei, Morwen gli corse incontro, senza badare al cappuccio che le cadeva dietro la nuca, e gli saltò al collo.
Il Cavallo Alato Nero arcuò il collo, avvolgendola completamente.
<<sto bene, sto bene>>, disse Morwen con la voce rotta dal pianto, <<c’è mancato davvero poco…>>.
Cruzir apparve da dietro un albero, camminando verso di loro, le orecchie tese in avanti e le ali spiegate in segno di gioia.
Morwen accennò un sorriso, guardandolo per un attimo, poi fissò Hurrichein.
È stato Galadir: lui mi ha salvata.
Hurrichein fece un cenno del capo alla donna, scostandosi da lei. Negli occhi aveva un’espressione che per Morwen era nuova. Era come se… se fosse irritato.
Morwen allungò la mano verso il suo naso. Sei arrabbiato?
Hurrichein guardò sospettoso la mano della donna, e rimase immobile, rifiutando l’invito a poggiare il muso sul palmo della sua mano.
Morwen abbassò il braccio lentamente, e un’espressione triste si dipinse sul suo viso. Non hai motivo di esserlo, e lo sai. Se tu avessi potuto, mi avresti salvata, come hai sempre fatto. Ma questa volta non c’eri. E per fortuna Galadir era lì.
Il Cavallo Alato Nero sbuffò e dalle sue narici uscirono due dense nuvolette bianche.
Ti prego, Hurrichein. Morwen s’interruppe, abbassando lo sguardo. Accetta Galadir.
Il cavallo la fissò per un lungo istante e Morwen non fu in grado di guardarlo negli occhi neri.
Hurrichein camminò verso la donna e le sfiorò la fronte con il naso.
Morwen sentì il suo pelo solleticarle il volto. Sorrise, pettinando con le dita il lungo e folto ciuffo di Hurrichein.
Cruzir affiancò il Cavallo Alato Nero, tendendo il naso verso la donna, come se anche lui volesse essere accarezzato.
<<domani ti riporto a casa>>, disse Morwen dando un pizzicotto sul muso del Cavallo Alato Bianco, <<sei contento?>>.
Cruzir nitrì a bassa voce, rampando con la zampa sinistra, e per poco non colpì Morwen al petto.
La donna fece uno scatto all’indietro, sorridendo. <<moderati, Cruzir: stavi per atterrarmi>>.
Improvvisamente Hurrichein spostò all’indietro l’orecchio sinistro, spiegando leggermente le ali, pronto al pericolo.
Morwen tese l’orecchio, ascoltando. Nella città addormentata, risuonavano chiaramente passi pesanti e cadenzati. Ogni tre falcate si aggiungeva un suono metallico. Chiunque fosse stava andando dritto verso di loro.
Cruzir fece per uscire dalla radura, ma Hurrichein lo bloccò, posizionandosi affianco a lui.
La luce della luna si rifletteva negli occhi di Morwen, proiettando sul prato milioni di raggi rosei, brillanti come diamanti. Si calò il cappuccio sul volto, camminando all’indietro per nascondersi nel buio degli alberi.
I passi erano sempre più vicini.
Hurrichein e Cruzir imitarono Morwen, mimetizzandosi tra gli alberi.
Ora!
Morwen si avventò sulla figura che era appena apparsa al centro del prato, saltandogli sopra come un gatto selvatico.
<<morwen sono io!>> urlò Galadir, mentre piombava a terra. Il Principe la afferrò per le spalle e facendo leva con il piede, scaraventò Morwen alle sue spalle.
Entrambi si tirarono su all’istante, guardandosi negli occhi.
<<sei matto! Avrei potuto ucciderti!>> lo rimproverò Morwen levandosi il cappuccio con foga.
<<se non l’avessi notato, mi sono difeso egregiamente dal tuo modesto attacco>>. Galadir le fece un sorriso raggiante, avanzando verso di lei.
Morwen lo fermò, mettendogli una mano sul petto. Si guardò attorno. <<sei solo?>>.
Galadir alzò le spalle, stringendole la mano. <<naturalmente>>.
<<bene>>, disse Morwen facendo un sorrisetto, <<io no>>.
Da dietro un albero, alla sinistra del Principe, spuntarono i due Cavalli Alati, che si avvicinarono a Morwen.
<<ah, mi stavo giusto chiedendo perché il bel cavallo nero non fosse accorso mentre la tua testa stava per rotolare a terra>>. Galadir lanciò un’occhiata dura a Hurrichein.
Il Cavallo Alato Nero rampò in aria, furioso.
Galadir posò la mano sull’elsa della spada, pronto a sguainarla.
Proprio quando Hurrichein stava per scagliarsi contro il Principe, Morwen gli urlò contro. <<fermo, Hurrichein!>>.
Il cavallo poggiò gli anteriori a terra, le orecchie appiattite dietro la nuca, e le narici che creavano nuvole di fumo.
Galadir sostenne lo sguardo rabbioso del cavallo, mostrando un’espressione dura.
Morwen si frappose tra il cavallo e Galadir, osservando prima uno e poi l’altro.
<<galadir, Hurrichein non mi ha potuto salvare perché Vueno ha sguinzagliato due spettri contro lui e Cruzir. Gli spettri sono creature immortali, e loro hanno dovuto lottare finché Vueno non li ha richiamati a sé>> spiegò Morwen al Principe.
Galadir spostò lo sguardo altrove, evitando quello della donna: gli dava particolarmente sui nervi il tentativo di trovare una giustificazione alla mancanza di Hurrichein.
E Morwen se ne era resa conto. Si volse verso il Principe, facendo un modesto sorriso, e gli cinse la vita con un braccio.
Galadir non resistette e la guardò, cercando di mantenere un’aria imbronciata, inutilmente.
<<ma per fortuna sei arrivato tu. Il mio cavaliere, che irrompendo nella stanza come una furia, ha messo a tacere la Dea più potente con la sua melodiosa voce e il suo carattere arrogante>>, Morwen si fece seria, <<mi hai salvata da morte certa, Galadir. E questo Hurrichein lo sa>>, si voltò verso il Cavallo Alato Nero, alzando un angolo della bocca in un sorriso, <<sono certa che ti è infinitamente grato di questo>>.
<<sì, certo… come no>> bofonchiò il Principe.
Morwen gli tirò un pizzicotto sul fianco, corrugando la fronte. <<galadir…>>.
Lui la fissò dritto negli occhi, rimanendo quasi accecato dalla luce che emanavano. <<cosa?>>.
Morwen lo ammonì con lo sguardo. Lanciò un’occhiata a Hurrichein, poi tornò sul ragazzo.
Galadir sbuffò, avendo intuito ciò che Morwen voleva che facesse. La trapassò con i suoi occhi inviperiti, e guardò il Cavallo Alato Nero.
<<mi scuso per le mie parole>>, disse Galadir ad alta voce, <<ma è stata una reazione istintiva. Insomma… ho capito che siete inseparabili>>, guardò Morwen, <<e ho perso la testa quando mi sono reso conto che stavi per morire e lui non era accorso a salvarti>>, si rivolse nuovamente al cavallo, <<non sapevo che eri stato trattenuto. Non dubiterò più di te>>.
Hurrichein si sentiva estremamente a disagio. Parole da togliere il respiro. Un ragazzo davvero speciale. Aveva accantonato il suo orgoglio e aveva chiesto scusa.
Una folata di vento s’insinuò nella radura e alcuni petali volarono sinuosamente nell’aria.
Galadir sentì il freddo premere contro il suo mantello per divorare la sua carne. Ma Morwen era lì, stretta attorno a lui, proteggendolo da ogni male.
Hurrichein si volse verso Cruzir, allungando il naso verso di lui. Il Cavallo Alato bianco rampò con l’anteriore destro e si librò in aria, spiegando le ali. Hurrichein fece un cenno del capo a Morwen, che contraccambiò.
Ci vediamo qui all’alba, Hurrichein.
Il Cavallo Alato Nero s’impennò, spiccando il volo. Poi lui e Cruzir scomparvero dalla loro vista, veloci come saette.
Galadir sospirò, e voltandosi di scatto verso la donna, le mise una mano dietro la nuca. <<finalmente>>.
Il Principe le sfiorò le labbra con le sue, aspettando la mossa della donna.
<<come è andata con tua madre?>> gli chiese Morwen inclinando il capo per schivare il bacio del Principe.
Galadir sorrise, mordendosi le labbra. <<curioso che tu me lo chieda>>. Le cinse la vita con le braccia, modellandola al suo corpo.
Morwen si accigliò, legandogli le mani dietro la nuca e giocherellando con i suoi capelli. <<che stai insinuando?>>.
<<tu sapevi che non avrei ucciso mia madre>>. Non era una domanda.
Morwen aggrottò le sopracciglia. <<e allora? Che viva o muoia, per me è indifferente. Non è altro che una pedina che posso schiacciare quando voglio>>.
<<era il momento giusto>>. Galadir le infilò le dita nei pantaloni, tracciando la linea della colonna vertebrale fin sulla nuca.
<<vero, ma volevo lasciare a te il divertimento>> rispose Morwen, gemendo.
Galadir spostò lo sguardo, facendo una risata smorzata. Poi abbassò gli occhi, fissando i fiori sotto i suoi piedi.
Morwen capì che c’era qualcosa che non andava. Gli posò una mano sulla guancia e lo vide nitidamente mascherare un’espressione dolorosa. <<che cosa è successo?>>.
Galadir alzò gli occhi su di lei. Aveva un’aria preoccupata. <<mia madre mi ha detto che diventerò un Protetto>>.
Morwen guardò verso il palazzo, digrignando i denti. Maledetta.
Galadir sperava in una smentita della donna, ma non avvenne. <<dunque è la verità>>. Un’espressione cupa tramutò il suo viso.
Morwen gli prese il volto fra le mani roventi. <<non credere alle parole di quella serpe. Tu non sarai un Protetto>>.
<<ma ha detto che sarà una mia decisione… che sceglierò io di diventarlo…>>.
<<no! Non accadrà, te lo prometto. Né adesso né mai lascerò che la magia ti contamini, Galadir>>.
Il Principe rimase per un attimo fermo a fissare la determinazione nei suoi occhi rosa. <<perché? Cosa c’è di sbagliato nell’essere un Protetto?>>.
Morwen sgranò gli occhi. Da dove veniva quella curiosità? Si staccò dalla presa del Principe e fece due passi indietro, riservando a Galadir uno sguardo sdegnato.
Galadir poggiò la mano sull’elsa della spada, riavvolgendosi bene nel mantello. Attese la risposta.
Morwen sperò tanto che da un momento all’altro Galadir si fosse messo a ridere, dicendo che stava scherzando, che non gli interessava sapere com’era essere un Protetto. Ma non ci fu nessuna risata. Morwen gli voltò le spalle, chiudendo gli occhi. Perché? Perché è toccato a lui?
<<devi sapere che i Protetti non sono altro che schiavi del Dio che servono. Certo hanno forza e potere, ma restano comunque dei servitori. Non agiscono secondo il loro volere: eseguono ciò che gli viene comandato. Non possono rifiutarsi di obbedire. Sono cani che servono i loro padroni. Credono di essere liberi, ma non lo sono>>.
Galadir espirò. Voleva saperne di più, molto altro ancora. <<anjelica ha detto che tre Protetti ti avevano trovata, ma che non erano riusciti ad ucciderti…>>.
Morwen non voleva più ascoltare le sue parole. Perché si comportava in quel modo? Perché continuava a insistere?
<<già>>, rispose Morwen, <<ma uno di loro all’epoca ancora non era diventato un Protetto: era solo stato promesso. Come te>>.
<<immagino fosse il famoso Andrèr…>>. Galadir si stava stufando di parlare alla schiena della donna.
<<esatto>>. Basta, ti prego, basta…
<<ma a quanto ho saputo lui è un Protetto, giusto?>> disse Galadir iniziando ad indurire la voce, <<hai appena detto che i Protetti sono dei cani, degli schiavi, ed hai usato un tono disgustato. Ciò significa che li disprezzi. Devo dedurre che questo Andrèr faccia parte di una categoria privilegiata, per avere tanta influenza su di te, mia Regina>>.
Morwen si volse di scatto verso il Principe, trapassandolo con lo sguardo. <<perché mi stai dicendo questo?>>.
Galadir rimase scioccato dal tono lacerante della voce di Morwen. Il suo respiro divenne affanno e sentì il cuore battergli frenetico.
<<non lo so>>, farfugliò il Principe, poi guardò Morwen, <<io non so perché… mi è successo anche prima, mentre ero con mia madre. Non appena ho sentito la parola “Protetto”, ho cominciato a fare delle domande. È come se qualcosa dentro di me volesse saperne di più>>.
Morwen abbassò lo sguardo, stringendo i pugni rabbiosamente. <<non ti porteranno via da me>>, sibilò a bassa voce, <<non ti porteranno via da me>>.
Galadir si avvicinò a lei a gradi passi e l’abbraccio forte. <<non lo permetterò. Vedrai che andrà tutto bene. Dimmi che il futuro si può cambiare…>>.
Morwen alzò gli occhi, specchiandosi in quelli di Galadir. <<sì…>>.
Il Principe le sorrise, dandole un bacio. <<allora non c’è da preoccuparsi: ora che lo so, farò di tutto per impedirlo>>.
<<anch’io>>. Morwen deglutì ricacciando indietro le lacrime e tirando su col naso.
Galadir la strinse forte a sé, poggiando la guancia sulla sua. Non si sarebbe mai legato ad altre. Solo lei era la sua padrona. Non l’avrebbe mai lasciata, mai. Avrebbe preferito morire piuttosto che separarsi da lei. L’amava troppo per pensare alla smania potere. Mai avrebbe voluto altro, se non lei. Cacciò fuori l’aria creando una densa nuvola bianca che poi si dissolse nell’aria.
Morwen sentì la guancia fredda di Galadir premere contro la sua. Mentre passava le dita tra i suoi capelli, Morwen sentì piccoli cristalli di ghiaccio sciogliersi al contatto con la sua pelle. Era notte inoltrata e la temperatura era scesa in modo vertiginoso. All’improvviso, sentendo Galadir tremare, Morwen rammentò che il Principe indossava ancora l’abito che le Mani gli avevano cucito.
<<sarà meglio che rientri a palazzo>>, disse Morwen liberandosi dall’abbraccio, <<sbrigati altrimenti rimani congelato>>.
<<d’accordo…>>, disse Galadir guardando verso il Palazzo Reale, <<ma tu vieni con me>>. Galadir afferrò la mano di Morwen, trascinandola con sé.
<<no, no: lasciami>> sibilò Morwen, cercando di non alzare la voce.
<<poche storie, Morwen: muoviti>>.
<<va bene, va bene. Ora lasciami, so camminare da sola>>.
Galadir sorrise, voltandosi verso di lei. <<non ci penso proprio. Per quanto ne so potresti sparire in una frazione di secondo>>.
Morwen fece un sorriso sghembo. <<posso farlo anche se mi tieni per mano>>. Morwen fece per calarsi il cappuccio sul volto con la mano libera, ma Galadir la fermò dolcemente.
<<lo so>> sussurrò il Principe con tono suadente e le mise lui stesso il cappuccio sul capo, baciandole poi la mano.
Morwen sussultò sentendo le labbra di Galadir sulla sua pelle. Sentiva il cuore batterle all’impazzata e il sangue ribollirle nelle vene.
Galadir fece un inchino, offrendole il braccio.
<<posso avere l’onore di mostrarvi la mia camera>>, sorrise guardandola intensamente, <<mia Regina?>>.
Morwen parve indurire il suo sguardo, ma poi si avvicinò a lui dandogli uno spintone affettuoso. <<piantala: vengo>>.
Galadir rise e l’affiancò. Camminarono silenziosamente per le vie di Thera e s’intrufolarono nel palazzo, diretti alla stanza del Principe.

Donel accompagnò Kamria nella sua stanza.
<<sicura di stare bene?>> le chiese vedendo la sorella lievemente rossa in volto.
Kamria aprì la porta, senza voltarsi. <<sì, tranquillo>>.
<<se vuoi resto finché non ti addormenti>>.
Kamria si volse, facendo un sorriso spento. <<sto bene, Donel. Ti ringrazio>>.
Donel si rassegnò, e attese che Kamria chiudesse la porta. <<allora buonanotte>>.
Kamria lo guardò con aria assente. Non rispose.
<<kamria?>>. Donel mise una mano sull’anta della porta per evitare che la sorella la chiudesse.
<<ah, sì, scusa: stavo pensando>>, farfugliò la Principessa, <<buonanotte, Donel>>.
Kamria chiuse la porta, poggiandovi le spalle, e si lasciò scivolare a terra.
La sua camera era bella e luminosa. Di forma arrotondata, aveva le pareti bianche e spugnate di un dorato tenue. Di fronte al letto con baldacchino color oro, lenzuola immacolate e cuscini di piume bianche, vi era un armadio basso a due ante, spezzato a metà da due file di cinque cassetti. Ai lati del guardaroba vi erano due cassettoni di legno massiccio, uno pitturato di bianco e l’altro dorato, e entrambi erano sovrastati da uno specchio ovale incorniciato da motivi floreali in ferro battuto. Un gigantesco e alto tappeto celestino accompagnava una vetrata che dava su un balcone di forma rettangolare, dove vi erano vasi di fiori rossi. Due imponenti candelabri a tre braccia erano appesi ai lati del letto e con la loro luce, illuminavano ogni angolo della stanza.
Sentiva ogni fibra dei suoi muscoli contrarsi e rilassarsi. Aveva paura. Vedeva sulle sue gambe protuberanze grandi quanto un chicco d’uva, risalire fino all’inguine. Aveva paura. Si tirò su le maniche, scoprendosi i polsi: vedeva nitidamente il sangue scorrerle nelle vene. Sembrava un fiume in piena, un torrente blu inarrestabile. Aveva paura. Improvvisamente vide i muscoli delle braccia gonfiarsi pericolosamente, per poi tornare alle dimensioni originali. Li sentiva pulsare, e faceva male. Aveva paura. Gli occhi le bruciarono all’improvviso, come se migliaia di spine vi fossero state conficcate. Si alzò di scatto, strusciandosi gli occhi con le mani, nel tentativo di alleviare il tremendo dolore, e si specchiò. Nel momento esatto in cui aprì le palpebre, i suoi occhi cambiarono colore: l’azzurro divenne più luccicante e fu accompagnato da innumerevoli venature bianche. Kamria non riusciva a crederci. Sto sognando, questo è un sogno. No, stava mutando. Il suo corpo aveva assunto le caratteristiche che le spettavano. Sentiva una forza sovrumana pervaderla. Normalmente quando si specchiava, doveva alzarsi in punta di piedi: ora non più, si era alzata di un bel po’. Incredibile. Non aveva più paura. Avvertiva piacere in quel cambiamento. Si sentiva bene e per nulla diversa. Ma la domanda che ora invadeva i suoi pensieri era: che cosa le era successo?

Nessuno spiraglio di luce lunare riusciva a trapassare le tende scure. Non appena aveva messo piede nella camera, Galadir si era staccato da Morwen e aveva chiuso le tende. Amava il buio quando era con lei. Amava riuscire a muoversi sfruttando solo la luce rosea emanata dagli occhi di Morwen. Amava affidarsi totalmente a lei.
E Morwen si era divertita quando l’oscurità lo aveva avvolto. Si era mossa silenziosa e si era eccitata quando passando le sue mani sul corpo di Galadir, lui non era riuscito a capire dove si trovasse. Morwen aveva giocato, cambiando continuamente posizione nella stanza e levandogli uno a uno gli indumenti che indossava.
Galadir era sdraiato sul fianco destro, con la testa poggiata sulla mano. Osservava il corpo della sua donna. Tutti quelli che avevano detto che la perfezione non esisteva, si sbagliavano di grosso. Morwen era la perfezione. Trovare un difetto sulla sua pelle era pura bestemmia. Il Principe le contornò la forma dei seni con la mano, per poi salire fino alla gola.
Morwen aveva lo sguardo perso nel vuoto, era completamente assente e non si accorse neppure della mano di Galadir sul suo corpo.
<<allora hai qualcosa di umano>>, disse Galadir sorridendole.
Morwen batté velocemente le palpebre, spostando gli occhi sul viso del Principe. <<come?>>.
Galadir rise dolcemente, sfiorandole la guancia bollente con le dita. <<credevo che pensare non rientrasse nelle tue capacità>>.
<<già…>> rispose lei tornando a fissare il soffitto.
Galadir si morse il labbro inferiore e scendendo con la mano sino al ventre di Morwen, iniziò a disegnarvi forme astratte.
<<se non mi dici quello a cui stai pensando, significa che non è una bella cosa…>> sussurrò Galadir con voce preoccupata.
Morwen chiuse gli occhi. Non posso guardarti mentre ti annuncio la mia decisione. <<non manca molto all’alba>>.
<<e allora?>>.
<<tra poco più di un’ora parto per il Deserto Vivo>>.
Galadir sentì il cuore fermarsi. Si mise seduto fissando Morwen. <<ti spiacerebbe ripetere? Credo di non aver afferrato bene le ultime parole che hai detto>>.
Morwen sentiva il respiro infuriato del Principe rimbombarle nelle orecchie. Non poteva aprire gli occhi, se lo avesse fatto lo sguardo di Galadir l’avrebbe convinta a portarlo con lui. Questa volta non avrebbe vinto: lui doveva restare lì, a Thera, al sicuro.
<<non essere stupido Galadir: sai bene che se ho deciso così è per proteggerti meglio>>, rispose Morwen stringendo furtivamente un lembo del lenzuolo verde, <<perciò rassegnati e torna a dormire, così non dovrai struggerti d’amore per me quando mi vedrai andar via>>.
Non avrebbe voluto usare quelle parole insensibili, ma era l’unico modo per fargli capire che non la avrebbe smossa dalla sua decisione.
Galadir abbassò lo sguardo, mordendosi rabbiosamente le labbra. Come poteva pensare di allontanarsi da lui? Come poteva anche solo credere di essere lei l’unica a scegliere?
<<morwen, guardami>> disse il Principe con voce dura, <<guardami>>.
Lei non fece come gli aveva detto. Rimase immobile. Poteva sentire ogni battito, ogni respiro di Galadir. Era come se riuscisse a vedere ogni suo movimento grazie allo spostamento d’aria che provocava. Non avrebbe aperto gli occhi, non sarebbe stata debole.
<<guardami!>> ringhiò Galadir afferrandola per un braccio e sbattendola contro la testiera del letto.
La rapidità con cui Galadir aveva agito era stata tale da impedire a Morwen di reagire. E anche se avesse potuto, non l’avrebbe fatto. Galadir era un umano, non possedeva la resistenza di chi viveva al di fuori della Terra degli Uomini: un suo colpo avrebbe potuto ucciderlo.
Il Principe le legò le braccia sulla testa, stringendole forte i polsi. <<credo che tu non abbia capito: non andrai da nessuna parte senza di me, Morwen>>.
<<ti sbagli: tu resti qui>>.
<<no!>>, urlò Galadir stringendo ancor più la presa sui polsi di Morwen, <<non puoi decidere sempre tu per tutti e due! Ognuno di noi deve pensare per sé>>.
Morwen sgranò gli occhi. Non puoi pensarla così…
Galadir si pentì immediatamente di ciò che aveva detto, e abbassò lo sguardo lasciando andare Morwen. Sospirò, passandosi le mani nei capelli. <<scusa. Non lo pensavo davvero…>>.
Morwen abbozzò un sorrisetto. <<certo che lo pensavi, altrimenti non l’avresti detto>>.
<<È solo che non voglio perderti>>, guardò Morwen, <<ho paura che questo tuo viaggio solitario possa portarti via da me>>.
Sul corpo di Morwen si disegnarono i suoi abiti e lei si alzò dal letto, senza curarsi dello sguardo triste del Principe. Si avvicinò alla finestra che dava sul grande balcone e, tirando una corda, aprì le tende. La luce della notte illuminò l’intera stanza del Principe. Un soffice tappeto color sabbia rivestiva il pavimento dalla forma quadrata. In un angolo della stanza, accanto a un armadio a due ante basso e di un legno spento, vi erano accantonati diversi cuscini di varie misure e colori, come a formare una comoda nicchia. Il letto occupava quasi un intero lato della camera tanto era enorme; diviso in tre livelli di altezza – raso terra a destra, leggermente rialzato a sinistra, e a circa mezzo metro da terra al centro – e foderato da lenzuola di un verde scuro, il letto del Principe era posto di fronte alla vetrata, in modo che fosse sempre alla luce. In alto, attaccato al soffitto, vi era un grande piatto di bronzo ovale, ripieno di olio per il fuoco.
<<credi che per me non sia difficile?>>, disse Morwen osservando qualcosa fuori dalla finestra, <<credi che mi senta tranquilla all’idea di lasciarti qui dopo quello che è accaduto?>>.
Galadir le lanciò un’occhiata. Il bagliore delle stelle che si posava sulla pelle della donna, la rendeva ancor più pallida e brillante, quasi a far sembrare la stessa Morwen una di loro.
Ma lei odiava le stelle. E anche la luna. La notte, maligna e infame, le aveva portato via ciò che era suo. Come poteva, Morwen, sentirsi serena sotto un cielo stellato, giacché colui che ne possiede il potere è suo nemico, ma anche parte di lei? Per lei, il cielo non doveva brillare in alcun modo. Né stelle, né luna, né fulmini e saette. Vuoto. Era così che lei sarebbe dovuta diventare: vuota. Ma adesso nel suo cielo splendeva qualcosa di più bello: Galadir. Difficile, se non impossibile sarebbe stato per Morwen vivere senza di lui. Semmai avesse scelto…
Galadir sbuffò e, avvolgendosi il lenzuolo attorno alla vita, si alzò dal letto, andando verso Morwen. L’abbracciò da dietro, poggiando le mani sulle sue e dandole un bacio a fior di pelle all’incavo tra spalla e collo.
<<perdonami, non volevo accusarti di essere la menefreghista della situazione>> le disse Galadir in un orecchio.
<<non è colpa tua, è mia. Se mi fossi tenuta a debita distanza adesso non dovrei stare a preoccuparmi per te>>.
Galadir rise. <<anche se tu avessi fatto la brava, Morwen, nulla avrebbe impedito a me di amarti>>.
Morwen si scostò verso destra, voltandosi appena verso di lui. <<È qui che ti sbagli: sarei stata io a tenerti a bada>>.
Galadir le passò le dita fra i capelli. <<ne dubito>>. E le sfiorò la punta del naso con la sua.
Morwen sfoderò un sorriso che abbagliò il Principe. <<forse hai ragione>>.
<< Brava>> disse lui rimandandole lo stesso sorriso. E la baciò.
Morwen si abbandonò completamente a quelle labbra, così morbide e fresche. Le sue mani si strinsero forte dietro la schiena del Principe, spingendolo contro il suo corpo. Sentiva le dita di Galadir temporeggiare sulla sua gola. L’idea di passare le notti senza quel corpo freddo sul suo, la faceva impazzire. Le sue unghie iniziarono a premere sempre più forte sulla pelle di Galadir. La sua lingua, finora tenuta a freno, si avventò su quella di lui. I suoi denti affilati trovarono con facilità le labbra di Galadir, ricche di sangue. Bastava poco, così poco per perdere il controllo e agire secondo il suo istinto. E lui non avrebbe avuto scampo. Lo avrebbe dissanguato lì, nella sua bella camera, avrebbe giocato con le sue membra rotolandosi sul grande letto.
E forse anche Galadir si era accorto che c’era qualcosa di diverso. Non lo stava baciando come le altre volte. Sentiva desideri cattivi sprigionarsi dalle labbra scure di Morwen, come per avvertirlo che doveva allontanarsi. Giacché l’uomo è misera cosa di fronte all’erede al trono degli Inferi, questo aveva detto Anjelica. Ed era vero. Galadir voleva staccarsi da lei, ma non trovava la forza per farlo.
E Morwen perse il controllo.
Un morso rapido e profondo, e un lembo di pelle scese dolce e succoso nella gola di Morwen.
Galadir la spinse via con tutta la forza che aveva, indietreggiando.
Morwen si mise una mano sulla bocca, serrando gli occhi.
Galadir si passò due dita sulla guancia, gemendo di dolore quando sfiorò la ferita grondante di sangue rosso. Non sapeva che pensare. Era avvenuto tutto troppo velocemente per riuscire a formulare un pensiero. Guardò Morwen, accucciata contro la vetrata, con le ginocchia al petto e le mani a coprire bocca e naso.
<<tranquilla, Morwen, tranquilla: non è nulla>>, disse Galadir avvicinandosi a lei e mettendole una mano sul capo, <<non è successo niente>>.
Morwen si scostò brutalmente dal gesto gentile del Principe, e voltandosi cominciò a sputare il sangue che le era rimasto in bocca. Tentò anche di vomitare la parte di guancia che aveva staccato a Galadir, ma fu inutile.
Il Principe tamponò la ferita con le lenzuola, ma l’emorragia sembrava inarrestabile. Devo riuscire a bloccare il sangue, altrimenti non posso aiutarla.
<<morwen vado a cercare di fermare il sangue con dell’acqua>>, disse mettendosi i pantaloni, <<non ti muovere, torno subito>>.
Non appena la porta si chiuse, Morwen aprì gli occhi. Sentiva il sangue di Galadir mischiarsi al suo per poi essere sovrastato dal potere del fuoco. Si pulì furiosamente la bocca con il dorso della mano, rabbrividendo alla vista del sangue. Era bastato un attimo di distrazione per strappare un pezzo di guancia al povero ragazzo. All’uomo che amava. Credeva di aver superato quella fase. Oramai non desiderava più la carne di Galadir. Eppure l’aveva morso. Era bastata la consapevolezza di non averlo più al suo fianco, per mangiarlo. Era orrenda, fai schifo Morwen. E se invece della guancia avesse addentato il collo, magari proprio in corrispondenza della carotide? Sarebbe morto, stroncato da un bacio. Non poteva correre altri rischi. Si alzò di scatto, osservando la macchia di sangue da lei sputato. Era ancora liquido e fresco. Galadir tardava a tornare. Ovvio, la ferita non era certo superficiale: per arrestare il sangue ci sarebbe voluto un bel po’. Si accucciò sulla pozza rossa e intingendoci il dito, iniziò a scrivere sul muro.
Hurrichein: è ora di andare.
Aprì la vetrata, silenziosa come sempre e si affacciò dal balcone. Sotto di lei, due guardie stavano immobili con le schiene appoggiate al muro del palazzo. Aguzzando la vista, vide Hurrichein e Cruzir volare verso di lei, illuminati dalle stelle. Sulle sue spalle apparve il mantello nero, e calandosi il cappuccio sul volto, Morwen si volse per l’ultima volta verso la camera. Corrugò le sopracciglia e cacciò indietro le lacrime. Hurrichein rimase in volo, avvicinandosi il più possibile alla balconata. Morwen spiccò un salto e montò sul cavallo, stringendo una ciocca di criniera. Andiamo. Hurrichein e Cruzir sbatterono le ali e volarono verso il monte Raha, lontano da Thera.

Quando Galadir tornò in camera, cessò di respirare. Morwen era sparita. Sulla parete affianco alla vetrata, c’era un messaggio scritto col sangue.

Ho notato che non hai più il Cristallo Verde. Vedi di recuperarlo. È al sicuro solo nelle tue mani. Non lasciare che ti accada nulla mentre sono via. Se non ti senti al sicuro a Thera, vai dalle Mani: la loro magia ti proteggerà in mia assenza. Quanto a noi due, ti prometto che a ogni cristallo trovato tornerò da te. Ti prego perdonami per averti fatto del male: non accadrà mai più. Questa è una promessa. Aspettami.

Galadir chiuse gli occhi, poggiando una mano sul messaggio. La ritrasse, osservandola: il sangue scuro la macchiava. Galadir sentiva che una parte di lui si era staccata e ora vagava lontano. Morwen sarebbe tornata. Ogni volta con un cristallo diverso. Ma per farlo, avrebbe dovuto transitare in ogni Terra di Bovethovia. Centinaia di pericoli erano in agguato, pronti a ucciderla. E lui non sarebbe stato con lei.


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